
Testo tratto dall’articolo “Il percorso del Raja yoga” di Peggy Eskenazi sul numero 86 della rivista “Percorsi Yoga” a cura di YANI, Associazione Nazionale Insegnanti Yoga – luglio 2024
La sala, un luogo per favorire l’introspezione
L’idea portante della nostra sala a Shen è quella di offrire un luogo quieto, neutro, pulito, ben riscaldato e arieggiato che favorisca l’introspezione e permetta di sentirsi a proprio agio. Nella sala non ci sono immagini della cultura indiana, ognuno porta ciò che è, la propria natura profonda, i propri riferimenti culturali. Il pavimento è in parquet, caldo e accogliente.
Le lezioni multilivello
La prima lezione gratuita ha un duplice obiettivo: da una parte è utile per conoscersi reciprocamente e comprendere se la proposta didattica risponde è adatta alle esigenze e aspettative dell’allievo,
dall’altra l’insegnante può a sua volta valutare se può inserire il nuovo arrivato nel contesto di un particolare gruppo.
In sala trovo frequentemente persone con livelli di pratica ed esigenze diverse. A causa di questa disparità di esigenze e di esperienza nella pratica, tutti gli allievi sono invitati a cercare il proprio ritmo respiratorio e posturale. La libertà nella scelta del proprio ritmo di pratica porta ciascun allievo a riconoscere ciò di cui ha bisogno e richiede un ascolto profondo, senza che la voce di chi conduce lo distragga dalla propria percezione. Questa indipendenza del praticante rispetto al gruppo è un importante passo verso la pratica individuale, aspetto centrale nello sviluppo interiore. Cerco di condurre pratiche semplici, con proposte corporee, respiratorie e interiori avvicinabili da tutti. Dipende dall’allievo decidere quanto mettersi in gioco, quanto è intensa la propria ricerca, quanto tempo è disponibile a dedicare alla pratica. L’ importante è trasmettere che lo yoga è molto di più di una lezione settimanale: è una condizione di vita, una scienza, una filosofia.
Le linee guida
Durante lo svolgimento della lezione, seguo sempre alcune linee guida. Per iniziare, invito tutti gli allievi a ritrovarsi ascoltando il loro respiro, distendendo il corpo. In shavasana gli allievi hanno modo di marcare uno stacco tra la vita attiva e il tempo dedicato alla pratica. A partire da questo stacco, l’allievo può dare spazio alla propria percezione (corporea e respiratoria) e al proprio sentire profondo. Le posture proposte vanno avvicinate con gradualità e progressività riscaldando la muscolatura, ripetendo prima la postura dinamicamente, eseguendole poi in maniera più statica, restando con il movimento del proprio respiro e con l’ascolto profondo, intimo, senza alcuna distrazione. L’assenza di distrazione è ciò che permette di sperimentare profondamente il proprio corpo, il respiro Ujjayi con le sue pause, superando così un
procedere automatico. Le posizioni proposte sono concatenate e, dopo un riscaldamento muscolare generale, si passa a uno riscaldamento specifico delle parti del corpo più coinvolte nell’asana finale, scelta in funzione dell’esplorazione che desidero invitare.
Un’altra parte della lezione che rimane invariata è quella finale di riconoscimento della condizione raggiunta, per valutare la ricaduta, l’effetto interiore della pratica. È possibile così raccogliere i frutti della pratica, riconoscere che un corpo più flessibile e stabile permette una stabilità mentale che ha sapore di infinito. Se il praticante non raggiunge in effetti questa condizione, potrà perlomeno intuirne questa la possibilità.
Una modalità diversa di abitare il corpo
Durante le lezioni eseguo sempre le posture che propongo. Non intervengo mai manualmente, ma invito ’l’allievo a una maggiore presenza nel proprio corpo per esplorare movimenti e posizioni più libere dagli automatismi posturali. Questo è uno dei punti più utili agli allievi che toccano con mano, attraverso l’esperienza diretta, una modalità diversa di abitare il proprio corpo.
La mia proposta integra l’esplorazione del corpo e del respiro contemporaneamente, in un insieme inscindibile senza differenziare mai tra asana e pranayama. Per mezzo dell’utilizzo del respiro Ujjayi, il praticante si può calare nel proprio essere, il respiro può mobilizzare le parti del corpo più rigide, immobilizzate dall’assenza di presenza. Durante alcune posture statiche con la colonna allineata, gli allievi sono invitati a esplorare il proprio respiro, allungandone le varie fasi e assoporando le pause, e qualche tecnica di pranayama.
Nel corso dell’anno cerco, se possibile, di fare evolvere la pratica, approfondendo l’intensità dell’ascolto, l’intimità con il respiro. In generale questa capacità degli allievi di approfondire la pratica, appare da sé. L’insegnante invita una certa condizione interiore, un’intimità con il proprio sentire: alcuni seguono, altri meno. Gli incontri supplementari sono importanti per dare spazio all’esplorazione dei principi alla base della proposta settimanale.
Approfondimento
Durante l’anno ho la consuetudine di proporre qualche lezione di approfondimento su tematiche come la gestione del mal di schiena, la salute del pavimento pelvico, gli otto passaggi dell’Ashtanga Yoga, la meditazione. Le persone più motivate gradiscono questi momenti di approfondimento perché hanno modo di entrare maggiormente nel merito delle linee guida della pratica. Avendo un po’ più di tempo a disposizione, ho modo di presentare una parte teorica e accennare ai sutra di riferimento; successivamente la pratica verte su queste indicazioni per farne esperienza sul tappetino. Questi piccoli approfondimenti offrono l’occasione di fare un quadro dei motivi alla base della pratica e sono momenti molto utili per superare i limiti della lezione settimanale di gruppo.